venerdì, 16 maggio 2008
Privilegiati aberranti avulsi colpevoli comunisti buonisti: qui.
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giovedì, 15 maggio 2008


Castenego Ficarrotta e Angelo Albano. Tampa, Florida, 9 settembre 1910.

«Tampa had built a flourishing cigar manufacturing industry by providing liberal incentives to manufacturers.  The unionizing of workers and the violence erupting from strikes threatened the town's economy.  Two Italian immigrants were accused of union sympathy and of shooting J. F. Esterling, a bookkeeper for the West Tampa cigar factory.  City fathers were alarmed that an "American" would be subjected to attack.  While the "conspicuous" immigrants, neither one of which was recognized previously as strikers, were being taken to a safer jail in a horse-drawn hack, a mob separated them from a suspiciously modest guard consisting of one deputy sheriff and fireman.  The mob fled in automobiles, a luxury afforded by only the elite in Tampa, which suggested that they were "men with boiled shirts, high collars, diamonds, and kid gloves."

The lynchers' note read: "Beware! Others take notice or go the same way. We know even more. We are watching you. If any more citizens are molested look out."  The note was signed, "Justice." Warning notes posted at lynching sites were common forms of intimidation; in this case it was a clear threat to other strikebreakers.  Threatening notes and letters, and now email messages are still used throughout the United States by moral regulators and right-wing groups such as the Klan.  Mobs costumed their dead victims in mocking fashion, dressing them with hats and other objects; in this case a hat and pipe. In one incident the killers posed the corpse upright in a chair and glued on cotton sideburns and hair to recreate the stereotype of the "good old darky"». (Qui)

*

«Sotto al cavalcavia della Napoli-Salerno ci sono gli ultimi tre campi Rom ancora abitati. Dai lastroni di cemento dell’autostrada cadono fiotti di acqua marrone sulle baracche, recintate da una serie di pannelli in legno. Un gruppo di donne e ragazzi che abita nelle case più fatiscenti, quelle in via delle Madonnelle, attraversa la piazza e si fa avanti. “Venite fuori che vi ammazziamo”, “Abbiamo pronti i bastoni”. La polizia si mette in mezzo, un ispettore cerca di far ragionare queste donne furenti. Siete brava gente, dice, la domenica andate in chiesa, e adesso volete buttare per strada dei poveri bambini? “Sììììì” è il coro di risposta.

Dai pannelli divelti si affaccia una ragazza, il capo coperto da un foulard fradicio di pioggia. Trema, di freddo e paura. Quasi per proteggersi, tiene al seno una bambina di pochi mesi. Saluta una delle donne più esagitate, una signora in carne, che indossa un giubbino di pelo grigio. La conosce. “Stanotte partiamo. Per favore, non fateci del male”. La signora ascolta in silenzio. Poi muove un passo verso la rom, e sputa. Sbaglia bersaglio, colpisce in faccia la bambina. L’ispettore, che stava sulla traiettoria dello sputo, incenerisce con lo sguardo la donna. Tutti gli altri applaudono. “Brava, bravissima”.»
(Marco Imarisio, “In motorino con le molotov. ‘È la nostra pulizia etnica’”, Corriere della Sera, 15/05/08)
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giovedì, 08 maggio 2008
Simone, un compagno di liceo di Raffaele Delle Donne (uno dei cinque picchiatori fascisti di Verona), al giornalista di Repubblica Giuseppe d'Avanzo:

«In questa storia, si usano le parole per nascondere quel che è accaduto e ancora può accadere. Si dice: Raffaele era un bullo. Non lo era. Si dice: è un delinquente. Non lo era. Si dice: è solo una mela marcia, è un caso isolato. È falso che sia la sola mela marcia del cesto, il caso non è isolato ma addirittura, nella sua assurdità, ordinario. Si dice: la politica non c'entra. E invece, c'entra, eccome, se politica è l'odio per il diverso, se politica è un'ideologia diffusa là fuori che legittima chi vuole liberarsi di chi non è uguale a te, per colore della pelle, per convinzioni, per religione, per la lunghezza dei capelli. Tutto questo ha un nome: razzismo, xenofobia. Se si usano le parole appropriate, le ragioni della morte di Nicola - e di quel ha combinato Raffaele con i suoi amici - saranno evidenti. È quel che dovreste fare: chiamare le cose con il proprio nome.»

(Giuseppe D'Avanzo, "Raffaele e le anime nere di Verona. Educazione di un neonazista", La Repubblica, 08/05/08.)


Questo pezzo mi ha colpito perché coglie a suo modo una distorsione lessicale/semantica secondo me nevralgica in tutto il discorso creatosi attorno ai fatti di Verona. Oberato come sono di impegni non credo che in questi giorni riuscirò a sviluppare un ragionamento minimamente coerente e comprensibile, anche se mi piacerebbe. Dico solo che il ricorso compulsivo sui mass media al termine/categoria "naziskin" mi sembra non solo errato e fuorviante, ma - peggio - credo che sia stato volutamente adottato come strumento di una precisa strategia comunicativa di disinformazione.
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mercoledì, 07 maggio 2008
Catastrofe è perdere una persona cara, è quello che è successo e sta succedendo in Birmania.
Bisogna saper commisurare le parole agli eventi.

*

Disgustato dalla storia contemporanea, mi sono rifugiato nell’indoeuropeistica. Quando posso appartarmi qualche ora con i miei amati libroni pieni di tabelle fonologiche e radici verbali ricostruite sono finalmente felice.
Di conseguenza, il dibattito che in assoluto mi appassiona di più è quello tra l’Ipotesi Kurgan di Marija Gimbutas e la Teoria anatolica di Colin Renfrew. Diciamo che per ora la Gimbutas mi sembra più convincente, anche se gli studi genetici di Cavalli-Sforza potrebbero dare ragione a entrambi. Tuttavia, perché l’ipotesi di Renfrew si avverasse, bisognerebbe che le popolazioni passate dall’Anatolia all’Europa (popolazioni e non tecniche, perché se una tecnica può venire trasmessa da una cultura all’altra, la trasmissione di una lingua presuppone necessariamente lo spostamento dei suoi parlanti, foss’anche soltanto di una ristretta oligarchia) e responsabili della diffusione dell’agricoltura nel nostro continente (all’incirca tra gli 8.500 e i 6.500 anni fa) parlassero lingue indoeuropee (o protoindoeuropee).
Ora, è dato per assodato che le lingue indoeuropee dell’Anatolia (ittita, luvio, palaico ecc.) si siano separate presto dalle altre consorelle: ma Trager e Smith fanno risalire questo primo smembramento al 3.500 a.C., quindi molto più tardi rispetto a quanto sopra, e Marija Gimbutas fa la stessa stima per il periodo ipotizzato dell’arrivo in Anatolia di elementi kurganici (3.000-3.500 a.C.).
Insomma, tra l'arrivo dell'agricoltura in Grecia e la presunta comparsa degli indoeuropei in Anatolia c'è uno scarto di circa 1.ooo anni: non enorme, in termini assoluti, ma pur sempre consistente.
Ciò detto, e posto che provo un’invincibile diffidenza nei confronti delle teorie paretimologiche di Semerano, mi turba e affascina mio malgrado la Teoria della Continuità Paleolitica di Alinei; ma, soprattutto, sono oscuramente attratto dalla questione dell’idronimia europea antica.

Che lingua si parlava a Gerico 11.000 anni fa? E a
Çatalhöyük 9.500 anni fa?
Quali e quante lingue si parlavano nella "Vecchia Europa" pre-indoeuropea?

*

A Torino, quattro teste di cazzo con l’ansia da prestazione antisionista non trovano di meglio che bruciare le bandiere di Israele. Uh, che coraggio, che spirito sovversivo, che atto dirompente, inedito e soprattutto utile alla causa palestinese! Che genio politico! Che ventata di nuovo! Questo sì che si chiama inventare nuove forme di protesta, questo sì che si chiama lottare per la Palestina libera Palestina rossa (ripetere ad libitum in tono strascicato).

L’ennesimo regalino propagandistico a quella banda di fascisti paranoici, israeliani e filo-israeliani, che da anni assegna patentini di antisemitismo a chiunque osi affermare l’evidenza - vale a dire la violenza collettiva inflitta al popolo palestinese e la costante defecazione sui suoi diritti.

*

I riformisti (ex centrosinistra) sono morti, è solo che non se ne sono ancora accorti.
La sinistra (parlamentare) è morta e ne è ben conscia ma si sa, accettare la propria morte è cosa dura, perciò infierisce su sé stessa con agghiacciante accanimento terapeutico.
La sinistra di movimento è morta e puzza forte.
Tutta questa morte è stomachevole, ho voglia e bisogno di vita, di nuova vita, non di cadaveri ambulanti a piede libero che cercano di mangiarti il cervello e il cuore.

*

Detto questo, le parole di Fini sui fatti di Verona e di Torino sono di una sconcezza sbalorditiva.
Io non so come facciano certi esseri umani a non vergognarsi di sé stessi.
Né mi spiego perché spesso proprio gli esseri umani privi di vergogna assurgano alle più alte responsabilità.
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martedì, 29 aprile 2008

«Una composizione di classe nuova attende oggi risposte concrete. Ha trascinato i burocrati fuori dal Parlamento per farli, a forza, extraparlamentari. O troveranno una nuova vita nelle piazze, o Beppe Grillo seguiterà a godere dei frutti di una scelta strategica giusta. La sinistra consapevole di sé è diffusa nella marcia società italiana. Centinaia di centri sociali, di organizzazioni locali nate su problemi specifici, di istanze sindacali di base attendono di prendere la parola.
La si pianti di essere partitino – la falce e martello, chissenefrega – e si sia composizione di classe. Forse, allora, si troveranno i voti necessari, se è a questo a cui si tiene.
Altrimenti si riceveranno pernacchie. Il degno accompagnamento delle ultime elezioni. Una composizione di classe non ha pietà. Spernacchia ex alleati passati al nemico, “classi operaie” prossime alla pensione e diventate razziste, forme istituzionali che non la rispettano, sindaci che si inventano nemici per meglio abbatterli.
Che tutto ciò vada affanculo. Si vota (a volte) per dovere, ogni tanto per piacere. E’ nella società che li si contrasta, i porconi. Qui, nelle piazze, è atteso ciò che resta della sinistra parlamentare. O viene in tempi utili o si farà da soli.» (
Valerio Evangelisti su Carmilla.)

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giovedì, 24 aprile 2008
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domenica, 20 aprile 2008
[Nei commenti al mio pezzo precedente, Lorenzo mi pone delle domande. Cerco di rispondergli.]

Della sinistra che è morta il 14 aprile non avevamo più bisogno, non serviva più a niente.
---Nel senso che si era troppo schiacciata sulle posizioni del governo Prodi?
Sì è vero, aspettavano una seconda fase che non è mai arrivata.
Prima il risanamento poi la giustizia sociale.
C'è stato solo il primo. L'ha detto anche Bertinotti.
E sui diritti civili non c'è stato nulla.
Eccetera.
Eppure perchè pare che il governo Prodi sia stato condizionato solo dai "ricatti della sinistra radicale"? Tanto che ci si dimentica che a farlo cadere sono stati DINI e MASTELA?
Un eccesso di fedeltà, nei fatti, ripagato con una continua demonizzazione della sinistra da parte dei media (o forse è più veritiero l'inverso: fedeltà eccessiva a causa di... ) e della società civile, della cultura berloscuniana che è diventata la cultura italiana.
E quindi: non avesse appoggiato Prodi o l'avesse fatto cadere, cambiava molto?
Non penso.
Forse non c'era scampo.
Della sinistra che è morta il 14 aprile non abbiamo più bisogno, non serviva più a niente: una sinistra che – parlo qui soprattutto di apparati e vertici, ma non solo – si è affrettata a cauterizzare i primi timidi segni di rinnovamento comparsi qualche anno fa con la breve parabola del movimento e con la nascita embrionale di una visione non ortodossa, più libertaria e “zapatista” (“camminare domandando”). Tutto finito in fretta. Si è tornati a una visione di piccolo cabotaggio, subordinata alle categorie dominanti della bassa politica. Alle confortanti ma obsolete categorie marxiste. A un ecologismo di quart’ordine e senza nessun coraggio. Nessuna radicalità di pensiero, solo vecchie metodiche tenute in vita con accanimento terapeutico.
Detto questo, penso che, in teoria, anche la scelta governativa nn fosse un’idea vergognosa: ma sarebbe stato forse possibile provarla in tutt’altre condizioni; di certo non con una maggioranza ridicola, eterogenea e traballante come quella del governo Prodi. In quelle condizioni era chiaro che non una delle istanze della sinistra sarebbe potuta passare. Allora, col senno di poi, posso dire che sarebbe stato meglio se si fosse preso atto subito, nell’aprile del 2006, dell’impossibilità di governare, per procedere alla costituzione di un governo tecnico a breve scadenza con il compito di traghettare il parlamento a nuove elezioni. Mi spingo a dire che, in questo modo, berlusconi non avrebbe avuto la partita così facile. Ma Prodi e tutti gli altri avrebbero avuto il coraggio e l’ardire di prendere una simile decisione?


Meglio perdere tutto che vegetare in una lunghissima agonia. Il requiem per la sinistra novecentesca? Era ora che lo si suonasse.
---Quando si perde tutto, in politica, di solito ci si arrocca sulle posizioni tradizionali e si torna indietro.
Non è per niente meglio.
Tornare indietro equivale a morire.
Non riesco proprio a veder il bicchiere mezzo pieno in questa situazione.
Non c’è nessun bicchiere mezzo pieno. Il bicchiere è vuoto, l’acqua per riempirlo bisogna ancora attingerla, il vino ancora vendemmiarlo, e forse nemmeno le viti sono state ancora seminate.

Adesso siamo allo zero. Abbiamo solo due possibilità: o restare morti o rinascere. Entrambe le possibilità dipendono da noi, e non da fattori esterni.
---Noi chi?
Per me la possibilità di rinascita dipende invece in gran parte dalle condizioni esterne, economiche e politiche nazionali e internazionali, così come da queste è dipesa la sconfitta: l'americanizzazione della politica - non a caso metà dell'elettorato della sinistra ha votato Veltroni, anche per loro la sinistra non era più utile, ma solo nel senso che l'unica cosa utile era battere Berlusconi.
“Noi” vuol dire me, te e chiunque riconosca in sé certi valori.
I fattori esterni: be’, ovviamente nessuno vive nel vuoto pneumatico. Molto semplicemente voglio dire che ora tocca fare il nostro dovere. Io continuo a credere nella possibilità dell’atto creativo. In qusto senso, dico che dipende da noi, dalla nostra volontà e dal nostro talento. Anche se tutto all’intrno dovesse concorrere a creare codizioni ostili alla rigenerazione, noi abbiamo il dovere di provare a rinascere. Questo intendo dire: che questo “dovere di provare” dipende tutto da noi.


Se si è chiusi in un vicolo cieco, il solo movimento possibile è in avanti.
---Non vedo perché. Come ho detto sopra per me è più facile che si torni indietro, e infatti ora già in molti vogliono la fine dell'arcobaleno e l'unione dei comunisti: niente postcomunismo colorato ma una nuova (vecchia) bandiera rossa.
Non vedo come tu possa non vedere perché. Che siamo in un vicolo cieco mi sembra lapalissiano. Quello che tu chiami “tornare indietro” corrisponde esattamente a ciò che ti definisco “restare fermi”. In entrambi i casi - lo dici anche tu - l’esito è la morte.
Per amor di cronaca io sono un semplice elettore di Rifondazione/SA, non sono mai stato un militante.
Le proposte fatte da certuni di “ripartire da zero e cioè dalla bandiera rossa” mi sembrano degne di un reparto geriatrico, e ritengo che i dirigenti politici della sinistra che ragionano così siano perniciosi per la sinistra e quindi nocivi anche nei miei confronti. Spero che in un modo o nell’altro scompaiano nel posto che spetta loro di diritto: nella spazzatura della storia.


Allora, se resteremo fermi con la schiena contro il muro o se ci getteremo in avanti con azzardo e disperato coraggio dipende soltanto da noi.

---La domanda viene: tu farai qualcosa, concretamente?
Farò quello che posso, con le mie piccole forze.

Il lavoro da fare è così lungo che forse noi non ne vedremo mai il risultato.

---Dipende a quale lavoro pensi. Se pensi a una sinistra popolare sì, se pensi a una nuova sinistra settaria riunita nel nome del comunismo, il rischio è che sia vicina.
Non ho alcun desiderio di veder rinascere l’ennesimo zombie comunista settario e polveroso. Sogno il momento in cui la falce e il martello – che coagulano iconicamente la sinistra novecentesca – andranno definitivamente in pensione (tieni presente che non sono comunista e amo gli zapatisti perché il loro simbolo è una semplice stella, e la loro bandiera ha i colori della libertà). Intendo un movimento di idee e uomini nuovo e impensato. Una cosa mai vista prima. Che abbia alla base certi valori fondamentali che fino a oggi abbiamo visto far parte del dna della sinistra, ma che in più ne possegga di altri e nuovi, che usi parole nuove e abbia simboli nuovi e comportamenti nuovi.

A noi tocca riaprire la strada per quelli che verranno: siamo la generazione dei tempi senza speranza, e perciò non possiamo arrenderci. No hope no surrender. dobbiamo rigenerarla da soli, la speranza: dal nulla, con le nostre sole forze. È il nostro compito, il nostro dovere.
---Qui mi ricordi il No retreat baby no surrender, di Springsteen, anche se il no surrender springsteeniano è dovuto a un vow to defend, non tanto a una speranza accesa.
Cmq sì, è nostro compito provarci.
Ma provare a far che?
Tu dici che si parte da zero (e che è un bene così), ma se parti da zero, andare avanti significa andare dove, in quale direzione?
Ah, non ne ho idea. È tutto da pensare, tutto da creare. Non esiste più nessuna strada, perciò non ci sono che strade – tutto l’orizzonte è una strada.
Se poi c’incammineremo, questo è da vedere. Chi vivrà vedrà.


[Aggiornamento: Lorenz ri-risponde qui.]
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giovedì, 17 aprile 2008
Eppure bisogna sforzarsi di conservare un atteggiamento amoroso verso gli altri.

Della sinistra che è morta il 14 aprile non avevamo più bisogno, non serviva più a niente. Meglio perdere tutto che vegetare in una lunghissima agonia. Il requiem per la sinistra novecentesca? Era ora che lo si suonasse. Adesso siamo allo zero. Abbiamo solo due possibilità: o restare morti o rinascere. Entrambe le possibilità dipendono da noi, e non da fattori esterni. Dal materiale umano, dallo spessore intellettuale e persino spirituale che sapremo mettere al lavoro o - al contrario - che ci mancherà.
Se si è chiusi in un vicolo cieco, il solo movimento possibile è in avanti.
Allora, se resteremo fermi con la schiena contro il muro o se ci getteremo in avanti con azzardo e disperato coraggio dipende soltanto da noi.
Il lavoro da fare è così lungo che forse noi non ne vedremo mai il risultato. A noi tocca riaprire la strada per quelli che verranno: siamo la generazione dei tempi senza speranza, e perciò non possiamo arrenderci. No hope no surrender. dobbiamo rigenerarla da soli, la speranza: dal nulla, con le nostre sole forze. È il nostro compito, il nostro dovere.

*

«Nel corso del tempo e della loro breve vita di specie gli uomini, nelle situazioni bloccate, hanno sempre cercato di creare movimento nello spazio e nel tempo quando le strutture umane tendevano a ossificarsi, anche attraverso invenzioni artistiche, di pensiero, di ingegneria e prefigurazione sociale. Ma tutto questo era sempre inscritto dentro un gioco che non poteva spostare in modo profondo la nostra situazione di specie. Non la sposterebbe tanto più oggi. Al punto in cui siamo persino una rivoluzione non basterebbe, non sarebbe ancora nulla, non sposterebbe nulla, perché sarebbe ancora e sempre giocata dentro le stesse possibilità date e le stesse strutture, creerebbe solo spostamenti interni dentro la stessa immobilità. Ci vorrebbe, ci vuole un movimento di natura nuova, impensato, che possa attraversare da parte a parte non solo le strutture politiche residuali, culturali, economiche, religiose immerse nel loro sonno di morte, ma anche i corpi, le menti…
» (leggi tutto).
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lunedì, 14 aprile 2008
Tocca berla fino in fondo, questa feccia. E il calice è enorme, non se ne vede il fondo.
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sabato, 12 aprile 2008
Piove forte e tra le linee di fuga sbilenche dei cornicioni, se sollevo la testa, si fanno strada altre città e altri cieli. Sono i relitti visivi e olfattivi delle patrie altre, quelle che ho conosciuto nel secolo passato, nell’era epiteliale che ha preceduto questa mia adultità faticosamente matura e che sopporto di malavoglia. La memoria me li restituisce a pezzi e in ordine sparso, Parigi Gare de Lyon una mattina presto di diciassette anni fa, era aprile anche allora, oppure Londra travagliata dagli scioperi nel settembre del ’94, sacchetti del Body Shop tramezzini e fuori dalla stazione di Victoria una lastra di piombo sulle teste dei palazzi di Belgrave Road –

o ancora Praga Strašnice U Novych Vil l’estate dopo la broncopolmonite, le strade lucide, lo scroscio delle pozzanghere al passaggio delle macchine, sarebbe potuto essere uno scorcio piovigginoso qualsiasi di Milano eppure guatavi fuori dalla finestra ed eri felice –

o i freddi pomeriggi grigi di Narvik dopo la maturità, un cazzo da fare, fumare, guardare documentari sui Doors a casa di M., portare in giro K. con l’ascesso e la febbre (“solo il caffellatte mi dà sollievo”), blaterare nel mio inglese inverosimile – sembrava il trattato di pace definitivo tra Romani e Germani che Tacito non aveva mai visto, “Dimentichiamo Teutoburgo” –

[“I write – ehm – poems…”
“So do I”
“And above all I want to be a beatnik”
“I can’t believe I’ve got a soul friend on the other side of Europe”
I lie in bed in Europe alone in old red under wear symbolic of desire of union with immortality…
“That’s Ginsberg… Do you know Allen Ginsberg?”
“I adore him, he’s my Bible”
“Come here and hug me”]

– una manciata di giorni sorridenti in un viaggio tutto sommato triste e pesante

o l’acquazzone che ci prendemmo un pomeriggio di fine luglio tra una salsiccia e l’altra alla Belorusskaja, e le avevo appena raccontato una favole per bambini che avevo in mente di scrivere in base alle mie idee su come dovesse essere una storia per bambini, e cioè piena di merda caccole puzze e tutte le cose schifose che piacciono ai bambini, e mi ricordo che passavo le giornate a guardare ammirato e invidioso le facce mezze mongole mezz’indoeuropee dei moscoviti nel Metrò. Lei masticava caffè solubile aspirandolo direttamente dalle bustine. Fumavamo come due ciminiere, almeno un pacchetto al giorno. Erano i tempi in cui nessuno avrebbe saputo dire dove stesse andando la Russia con le sue vecchiette accartocciate, le sue scarpe inverosimili, i negozi vuoti, la falce e il martello ancora ovunque, persino sui cappelli dei poliziotti sulle divise dei militari. Poi, tre mesi dopo, i carri armati contro il parlamento…

*

Dunque esco sotto la pioggia per vedermi con mio fratello in Statale. Lui ci va per via della tesi, io ci rimetto piede dopo anni. Tutto sembra congelato esattamente com’era quindici anni fa, è pazzesco, non un muro tirato su di fresco, non una ritinteggiatura, tutto esattamente e archeologicamente fedele al ricordo, l’atrio cosparso di segatura, i volantini rovesciati per terra davanti alla Cuem, il clima di smobilitazione del venerdì pomeriggio, persino le facce, cambiano solo i vestiti e i tagli di capelli ma è una differenza sottile, una variazione fisiologica soggetta a oscillazioni e ritorni. Provo a concentrarmi per un attimo, lavoro d’immaginazione e di autoincantamento, non è difficile, con mio grande stupore un attimo mi è sufficiente per schizzare elasticamente indietro attraverso la pasta sfoglia del tempo. Riaffiorano volti, timbri di voci, posture, movimenti di braccia e forme di gambe, parecchia gente con cui ho speso anche più di tre parole, a cui può essere addirittura successo che io abbia svelato qualche lembo di nudità interiore in un momento di fragilità, ma di cui in molti casi ho irrimediabilmente dimenticato i nomi.
Esco nel cortilone centrale, mi avvio fumando verso il dipartimento di filosofia – molto lentamente perché la cefalea mi spacca in due il bulbo oculare destro – e m’immagino che adesso loro, quegli altri di quindici anni fa, escano dalla piccola folla ammassata davanti alle macchinette del caffè e mi vengano incontro con sorrisi e molte storie da raccontare. Intanto continua a piovere e alla lunga questo esercizio di resurrezione dei morti mi fa sentire come se fossi incastrato tra un verso e l’altro della Terra Desolata. Perciò la smetto e sguscio di nuovo dentro il 2008.
Non ci si pensa mai non ci si sofferma mai a lungo, ma fa davvero impressione questa diaspora irreparabile che è la vita – e l’idea che le mareggiate del tempo rimescolino incessantemente ogni cosa, così che noi tutti siamo gettati qua e là, lontani e divisi, e gli uni per altri perduti per sempre.
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