mercoledì, 07 maggio 2008
Catastrofe è perdere una persona cara, è quello che è successo e sta succedendo in Birmania.
Bisogna saper commisurare le parole agli eventi.
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Disgustato dalla storia contemporanea, mi sono rifugiato nell’indoeuropeistica. Quando posso appartarmi qualche ora con i miei amati libroni pieni di tabelle fonologiche e radici verbali ricostruite sono finalmente felice.
Di conseguenza, il dibattito che in assoluto mi appassiona di più è quello tra l’Ipotesi Kurgan di Marija Gimbutas e la Teoria anatolica di Colin Renfrew. Diciamo che per ora la Gimbutas mi sembra più convincente, anche se gli studi genetici di Cavalli-Sforza potrebbero dare ragione a entrambi. Tuttavia, perché l’ipotesi di Renfrew si avverasse, bisognerebbe che le popolazioni passate dall’Anatolia all’Europa (popolazioni e non tecniche, perché se una tecnica può venire trasmessa da una cultura all’altra, la trasmissione di una lingua presuppone necessariamente lo spostamento dei suoi parlanti, foss’anche soltanto di una ristretta oligarchia) e responsabili della diffusione dell’agricoltura nel nostro continente (all’incirca tra gli 8.500 e i 6.500 anni fa) parlassero lingue indoeuropee (o protoindoeuropee).
Ora, è dato per assodato che le lingue indoeuropee dell’Anatolia (ittita, luvio, palaico ecc.) si siano separate presto dalle altre consorelle: ma Trager e Smith fanno risalire questo primo smembramento al 3.500 a.C., quindi molto più tardi rispetto a quanto sopra, e Marija Gimbutas fa la stessa stima per il periodo ipotizzato dell’arrivo in Anatolia di elementi kurganici (3.000-3.500 a.C.).
Insomma, tra l'arrivo dell'agricoltura in Grecia e la presunta comparsa degli indoeuropei in Anatolia c'è uno scarto di circa 1.ooo anni: non enorme, in termini assoluti, ma pur sempre consistente.
Ciò detto, e posto che provo un’invincibile diffidenza nei confronti delle teorie paretimologiche di Semerano, mi turba e affascina mio malgrado la Teoria della Continuità Paleolitica di Alinei; ma, soprattutto, sono oscuramente attratto dalla questione dell’idronimia europea antica.
Che lingua si parlava a Gerico 11.000 anni fa? E a Çatalhöyük 9.500 anni fa?
Quali e quante lingue si parlavano nella "Vecchia Europa" pre-indoeuropea?
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A Torino, quattro teste di cazzo con l’ansia da prestazione antisionista non trovano di meglio che bruciare le bandiere di Israele. Uh, che coraggio, che spirito sovversivo, che atto dirompente, inedito e soprattutto utile alla causa palestinese! Che genio politico! Che ventata di nuovo! Questo sì che si chiama inventare nuove forme di protesta, questo sì che si chiama lottare per la Palestina libera Palestina rossa (ripetere ad libitum in tono strascicato).
L’ennesimo regalino propagandistico a quella banda di fascisti paranoici, israeliani e filo-israeliani, che da anni assegna patentini di antisemitismo a chiunque osi affermare l’evidenza - vale a dire la violenza collettiva inflitta al popolo palestinese e la costante defecazione sui suoi diritti.
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I riformisti (ex centrosinistra) sono morti, è solo che non se ne sono ancora accorti.
La sinistra (parlamentare) è morta e ne è ben conscia ma si sa, accettare la propria morte è cosa dura, perciò infierisce su sé stessa con agghiacciante accanimento terapeutico.
La sinistra di movimento è morta e puzza forte.
Tutta questa morte è stomachevole, ho voglia e bisogno di vita, di nuova vita, non di cadaveri ambulanti a piede libero che cercano di mangiarti il cervello e il cuore.
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Detto questo, le parole di Fini sui fatti di Verona e di Torino sono di una sconcezza sbalorditiva.
Io non so come facciano certi esseri umani a non vergognarsi di sé stessi.
Né mi spiego perché spesso proprio gli esseri umani privi di vergogna assurgano alle più alte responsabilità.
martedì, 29 aprile 2008
«Una composizione di classe nuova attende oggi risposte concrete. Ha trascinato i burocrati fuori dal Parlamento per farli, a forza, extraparlamentari. O troveranno una nuova vita nelle piazze, o Beppe Grillo seguiterà a godere dei frutti di una scelta strategica giusta. La sinistra consapevole di sé è diffusa nella marcia società italiana. Centinaia di centri sociali, di organizzazioni locali nate su problemi specifici, di istanze sindacali di base attendono di prendere la parola.
La si pianti di essere partitino – la falce e martello, chissenefrega – e si sia composizione di classe. Forse, allora, si troveranno i voti necessari, se è a questo a cui si tiene.
Altrimenti si riceveranno pernacchie. Il degno accompagnamento delle ultime elezioni. Una composizione di classe non ha pietà. Spernacchia ex alleati passati al nemico, “classi operaie” prossime alla pensione e diventate razziste, forme istituzionali che non la rispettano, sindaci che si inventano nemici per meglio abbatterli.
Che tutto ciò vada affanculo. Si vota (a volte) per dovere, ogni tanto per piacere. E’ nella società che li si contrasta, i porconi. Qui, nelle piazze, è atteso ciò che resta della sinistra parlamentare. O viene in tempi utili o si farà da soli.» (Valerio Evangelisti su Carmilla.)
lunedì, 14 aprile 2008
Tocca berla fino in fondo, questa feccia. E il calice è enorme, non se ne vede il fondo.
sabato, 12 aprile 2008
Piove forte e tra le linee di fuga sbilenche dei cornicioni, se sollevo la testa, si fanno strada altre città e altri cieli. Sono i relitti visivi e olfattivi delle patrie altre, quelle che ho conosciuto nel secolo passato, nell’era epiteliale che ha preceduto questa mia adultità faticosamente matura e che sopporto di malavoglia. La memoria me li restituisce a pezzi e in ordine sparso, Parigi Gare de Lyon una mattina presto di diciassette anni fa, era aprile anche allora, oppure Londra travagliata dagli scioperi nel settembre del ’94, sacchetti del Body Shop tramezzini e fuori dalla stazione di Victoria una lastra di piombo sulle teste dei palazzi di Belgrave Road –
o ancora Praga Strašnice U Novych Vil l’estate dopo la broncopolmonite, le strade lucide, lo scroscio delle pozzanghere al passaggio delle macchine, sarebbe potuto essere uno scorcio piovigginoso qualsiasi di Milano eppure guatavi fuori dalla finestra ed eri felice –
o i freddi pomeriggi grigi di Narvik dopo la maturità, un cazzo da fare, fumare, guardare documentari sui Doors a casa di M., portare in giro K. con l’ascesso e la febbre (“solo il caffellatte mi dà sollievo”), blaterare nel mio inglese inverosimile – sembrava il trattato di pace definitivo tra Romani e Germani che Tacito non aveva mai visto, “Dimentichiamo Teutoburgo” –
[“I write – ehm – poems…”
“So do I”
“And above all I want to be a beatnik”
“I can’t believe I’ve got a soul friend on the other side of Europe”
“I lie in bed in Europe alone in old red under wear symbolic of desire of union with immortality…”
“That’s Ginsberg… Do you know Allen Ginsberg?”
“I adore him, he’s my Bible”
“Come here and hug me”]
– una manciata di giorni sorridenti in un viaggio tutto sommato triste e pesante
o l’acquazzone che ci prendemmo un pomeriggio di fine luglio tra una salsiccia e l’altra alla Belorusskaja, e le avevo appena raccontato una favole per bambini che avevo in mente di scrivere in base alle mie idee su come dovesse essere una storia per bambini, e cioè piena di merda caccole puzze e tutte le cose schifose che piacciono ai bambini, e mi ricordo che passavo le giornate a guardare ammirato e invidioso le facce mezze mongole mezz’indoeuropee dei moscoviti nel Metrò. Lei masticava caffè solubile aspirandolo direttamente dalle bustine. Fumavamo come due ciminiere, almeno un pacchetto al giorno. Erano i tempi in cui nessuno avrebbe saputo dire dove stesse andando la Russia con le sue vecchiette accartocciate, le sue scarpe inverosimili, i negozi vuoti, la falce e il martello ancora ovunque, persino sui cappelli dei poliziotti sulle divise dei militari. Poi, tre mesi dopo, i carri armati contro il parlamento…
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Dunque esco sotto la pioggia per vedermi con mio fratello in Statale. Lui ci va per via della tesi, io ci rimetto piede dopo anni. Tutto sembra congelato esattamente com’era quindici anni fa, è pazzesco, non un muro tirato su di fresco, non una ritinteggiatura, tutto esattamente e archeologicamente fedele al ricordo, l’atrio cosparso di segatura, i volantini rovesciati per terra davanti alla Cuem, il clima di smobilitazione del venerdì pomeriggio, persino le facce, cambiano solo i vestiti e i tagli di capelli ma è una differenza sottile, una variazione fisiologica soggetta a oscillazioni e ritorni. Provo a concentrarmi per un attimo, lavoro d’immaginazione e di autoincantamento, non è difficile, con mio grande stupore un attimo mi è sufficiente per schizzare elasticamente indietro attraverso la pasta sfoglia del tempo. Riaffiorano volti, timbri di voci, posture, movimenti di braccia e forme di gambe, parecchia gente con cui ho speso anche più di tre parole, a cui può essere addirittura successo che io abbia svelato qualche lembo di nudità interiore in un momento di fragilità, ma di cui in molti casi ho irrimediabilmente dimenticato i nomi.
Esco nel cortilone centrale, mi avvio fumando verso il dipartimento di filosofia – molto lentamente perché la cefalea mi spacca in due il bulbo oculare destro – e m’immagino che adesso loro, quegli altri di quindici anni fa, escano dalla piccola folla ammassata davanti alle macchinette del caffè e mi vengano incontro con sorrisi e molte storie da raccontare. Intanto continua a piovere e alla lunga questo esercizio di resurrezione dei morti mi fa sentire come se fossi incastrato tra un verso e l’altro della Terra Desolata. Perciò la smetto e sguscio di nuovo dentro il 2008.
Non ci si pensa mai non ci si sofferma mai a lungo, ma fa davvero impressione questa diaspora irreparabile che è la vita – e l’idea che le mareggiate del tempo rimescolino incessantemente ogni cosa, così che noi tutti siamo gettati qua e là, lontani e divisi, e gli uni per altri perduti per sempre.